Come eravamo
In questi cinque anni è cambiato tutto, tra le novità arrivate e quelle che stiamo ancora aspettando. L'Europa prima della Grexit, della Brexit e prima di Trump. Una gita a teatro
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18 APR 19
Ultimo aggiornamento: 08:36 PM



"Nous la rebâtirons tous ensemble".
Emmanuel Macron, nella notte del rogo a Notre-Dame
18 aprile 2019
E' bruciata Notre-Dame, è caduta la guglia, spezzata dal calore, e molti, nelle fiamme e nel rogo, ci hanno visto la fine dell'Europa.
I pompieri dicevano: non sappiamo quando riusciremo a controllare le fiamme, e molti commentavano: ecco, proprio come con l'Europa siamo fuori controllo.
Era tardi ed eravamo tutti stanchi, ma insomma.

Noi abbiamo fissato il rogo per ore, lunedì sera, e quel rosone con le fiamme riflesse rosate, mentre il cielo diventava buio, ci ha fatto parecchio impressione.
Poi ci siamo addormentate.
La mattina dopo, all'alba, abbiamo subito guardato le foto per vedere com'era ridotta Notre-Dame, nella luce impietosa del giorno dopo.
Bruciata, ma in piedi. Molto in piedi. Più in piedi di quanto potessimo immaginare. Fuori e dentro.
La sera avevamo trattenuto le lacrime, alla mattina no. Sta su Notre-Dame, stiamo su anche noi. E se scoppia l'incendio, "rebâtir, rebâtir, rebâtir".
E' questo il nostro nuovo slogan ultraeuropeista. Perché c'è tanto da ricostruire, come dice Emmanuel Macron.

Questa settimana abbiamo allora deciso di andare a rivedere le foto di famiglia di cinque anni fa, alle ultime elezioni europee.
Com'eravamo. Cosa è successo. Come siamo cambiati.
Cade qualche lacrima, nell'amarcord. Ma poi magari l'Europa è davvero come Notre-Dame, e alla luce del mattino, dopo i roghi e dopo che tutti dicevano "non ce la fa", sarà ancora più bella.



Dal 22 al 25 maggio del 2014 si votò per le elezioni europee.
Che finirono così (con l'affluenza più bassa dal 1979, quando si tennero le europee per la prima volta):


L'Europa veniva da un periodo molto turbolento, soprattutto a causa dello choc finanziario ed economico iniziato nel 2009. Economia e disoccupazione erano le preoccupazioni maggiori, si litigava su come uscire dalla crisi, la Germania imponeva rigore, i paesi mediterranei (ma pure i francesi, che non erano certo in forma) chiedevano maggiore flessibilità (i dati sono dell'Eurobarometro condotto a cavallo delle europee).

La campagna elettorale era incentrata su "act-react-impact", che voleva spiegare come l'Europa fosse diventata diversa, e imprescindibile, durante lo choc finanziario. Il primo spot era questo, "This time is different".
In realtà di "different" non c'era granché. Perché oltre ai problemi economici ce n'era uno di legittimità: il Parlamento europeo e il sistema europeo non avevano colmato il "deficit di democrazia" dentro alle istituzioni europee. Le elezioni dirette introdotte nel 1979 – come imponenza, le elezioni europee sono seconde solo a quelle indiane – puntavano a creare legittimità. Ma in 35 anni, non era cambiato molto. Anzi: si iniziò a parlare del fatto che il Pe a Srasburgo costa più del Parlamento tedesco, francese e inglese messi assieme.
Era iniziata la stagione dell'euroscetticismo, insomma.
Ma eravamo ancora nell'ambito dell'euroscetticismo economico. Non esclusivamente economico, ovviamente.
L'Alternative für Deutschland, fondata nel 2012, era costituita da fuoriusciti del mondo conservatore che non volevano offrire solidarietà ai paesi dell'Ue indebitati. Usciamo dall'euro, con il marco siamo più forti e non dobbiamo nemmeno aiutare gli straccioni del sud, dicevano. Il nero ideologico si è imposto dopo, insomma.
Nel 2013, l'AfD non aveva superato la soglia di sbarramento alle elezioni tedesche Le europee fornirono il palcoscenico migliore, secondo quella contraddizione tutta europea per cui gli euroscettici vanno fortissimo alle elezioni europee.
Andò così: l'AfD ottenne il 7,1 per cento.

L'AfD è l'esempio più chiaro di come si è trasformata la proposta euroscettica negli ultimi cinque anni: ci tornerà utile per capire che cosa ci ha cambiati.
Chi eravamo: i volti del 2014, per sintetizzare, furono questi.
2. Matteo Renzi, quello è l'anno del 41 per cento del Pd e dei 5 stelle al 22. Iniziò una luna di miele per l'ex premier, non soltanto perché aveva fermato i grillini, ma anche perché instaurò una nuova dialettica con la Merkel e con l'allora presidente francese, François Hollande. Queste elezioni non furono soltanto un exploit della sinistra italiana come non ce n'erano stati prima, anche il Pse ne uscì molto rafforzato.

3. Nigel Farage, l'allora leader dell'Ukip, il partito indipendentista britannico, si affermò per la prima volta come primo partito del Regno Unito a un'elezione nazionale. I liberaldemocratici, che allora erano al governo assieme ai Tory di David Cameron, furono mezzi spazzati via.
L'ascesa dell'Ukip era cominciata già, ma quella fu una consacrazione che poi, come sappiamo, ebbe un enorme effetto in Inghilterra. Ma anche negli equilibri europei ci furono delle ripercussioni: Marine Le Pen portò l'allora Front national a primo partito in Francia (l'altro compagno di brigata antieuropea, Geert Wilders, invece fu deludente), il partito di destra Jobbik in Ungheria arrivò secondo, e l'offensiva contro l'Ue prese corpo.

4. Alexis Tsipras, il primo ministro greco ancora non era primo ministro, ma a livello internazionale piaceva molto, tanto che il 15 dicembre del 2013 viene candidato da Sinistra europea alla presidenza della Commissione con l'84,1 per cento delle preferenze: Tsipras era lo spitzenkandidat del gruppo GUE/NGL. Ma non piaceva soltanto ai colleghi europei: in Grecia divenne il primo partito e con il 26, 6 per cento dei voti superò Nea dimokratia, allora al governo.

Era ancora uno sconosciuto, Tsipras, spesso senza giacca e sempre senza cravatta. E da lì a poco sarebbe diventato primo ministro, stava per cambiare tutto.

5. Pablo Iglesias, diventato segretario di Podemos nel 2014, era un altro di quei giovani su cui la sinistra europea aveva deciso di puntare e infatti lo candidò alla presidenza del Parlamento. Il suo partito però alle elezioni europee non andò benissimo, si attestò soltanto al quarto posto e riuscì ad eleggere cinque eurodeputati. L'esperienza europea di Iglesias però non durò molto e l'anno dopo decise di dimettersi per dedicarsi alle elezioni parlamentari in Spagna, che per il partito andarono decisamente meglio. Podemos diventa il terzo partito e conquista 71 seggi su 350.

Come siamo diventati. In questi cinque anni è successo di tutto, i volti di cinque anni fa stanno cambiando, qualcuno è scomparso, qualcuno si prepara ad andarsene e qualcuno cerca di tornare.
La Grexit (evitata). Tsipras ha vinto le elezioni greche all'inizio del 2015, ha formato un governo con i nazionalisti, ha iniziato una lotta con l'Ue, con la troika e con la Germania. Per mesi, nel 2015, siamo rimasti appesi alla Grexit. Nel luglio del 2015, Tsipras ha organizzato e vinto un referendum per non sottostare alle imposizioni della troika. Ancora più Grexit. Poi Tsipras si è rimangiato tutto, ha accettato il memorandum inaccettabile, ha lasciato perdere il ministro Varoufakis (che ora è a capo di una delle rare compagini transnazionali che si presentano alle europee: ironia delle ironie, Varoufakis si candida in Germania), ha rivinto un'altra elezione e ha rimesso a posto i conti greci come voleva l'Ue. A settembre dello scorso anno, la Grecia è entrata nell'età adulta dopo otto anni di aiuti.
Lieto fine? Mica tanto. A queste elezioni europee Syriza non va bene, e alle elezioni greche previste per l'autunno nemmeno. Pare che questa non sia stagione per la clemenza nei confronti dei propri salvatori.

La Brexit (rimandata). Non vi tormentiamo con la Brexit, qui avevamo raccontato nel dettaglio cosa è successo. Per ora le prossime scadenze per un eventuale accordo di uscita del Regno Unito dall'Ue sono: il 22 maggio, il 30 giugno, il 31 ottobre. In ogni caso, ora il Regno si sta preparando per partecipare alle elezioni europee, con un broncio che lèvati. Un sondaggio di YouGov pubblicato all'inizio della settimana dice che il nuovo partito di Farage, Brexit Party, ha rubato metà dell'elettorato all'Ukip ed è il primo partito nelle intenzioni di voto.

Gli inglesi hanno il broncio, ma pure gli europei.
Gli europarlamentari avevano votato l'anno scorso per abolire 46 dei 73 seggi occupati dagli inglesi e redistribuire i 27 seggi ad altri stati che dicevano di essere sottorappresentati. Francia e Spagna avrebbero ottenuto cinque seggi ciascuno, l'Italia e l'Olanda tre. Ma ora la redistribuzione è sospesa. E c'è anche un'altra questione: di spazio. Gli uffici degli europarlamentari dovevano essere ristrutturati per l'assenza degli inglesi, che invece oggi ci saranno. Ma non si sa per quanto tempo.
L'immigrazione. Il picco del 2015 ha cambiato ogni cosa in Europa, ma non il Trattato di Dublino. Avevamo raccontato tutto qui, ma come si sa, nonostante la crisi migratoria sia rientrata (occhio agli emigrati piuttosto), l'immigrazione è il carburante per i partiti populisti.
E' stato eletto Donald Trump in America, e le relazioni transatlantiche sono crollate.

E' arrivato Macron! Il presidente francese ha vinto nel 2017 le presidenziali avvolgendosi nella bandiera dell'Europa. Sembrava che le stelle si stessero allineando per una ripresa politico-economica incentrata sull'Europa.

Invece è arrivato il governo giallo-verde in Italia. S'è consumata una rottura con l'Europa, con gli alleati storici in Europa, e la Lega si appresta a diventare il primo partito alle europee, rinvigorendo l'alleanza sovranista che per ora ha proceduto divisa.
No, non sarà maggioranza, il sovranismo. Ma governare l'Ue sarà complicato, riformarla di più.
Di tutti i cambiamenti, quello più importante deve ancora arrivare.
Dovremo fare a meno di Angela Merkel, che si prepara alla successione mandando avanti Annegret Kramp-Karrenbauer, eletta presidente della Cdu lo scorso anno. In questi cinque anni, la cancelliera ha salvato l'Ue tre volte: dalla Grexit, dall'immigrazione e anche dalla Brexit.
Avrebbe voluto salvarci anche da Trump, dovremo cavarcela da soli.

E’ successo che Donald Tusk e Jaroslaw Kaczynski sono saliti su un palco, è successo anche che hanno recitato delle frasi del Mein Kampf e che poi sono caduti a terra, morti.
Non erano loro, ma due attori con le loro maschere che, in un coraggioso spettacolo andato in scena al Teatr Powszechny (si legge povscechni, più o meno) di Varsavia, hanno rappresentato una parte di una pièce complicata e delicata.
Il regista dell’opera è il polacco Jakub Skrzywanek, che racconta di essere rimasto impressionato quando nel 2015, nella città di Breslavia, un gruppo di estrema destra aveva dato fuoco a un fantoccio raffigurante un ebreo. Così ha deciso di prendere l’opera da cui era scaturito tutto l’odio e il disastro della Seconda guerra mondiale, l’opera programmatica dello sterminio nazista, e di farne uno spettacolo, per mostrare come l’odio di allora fosse molto simile a quello di oggi.

Ma il Teatr Powszechny è un’istituzione, prima ancora che i polacchi scendessero per strada contro il partito di governo, il PiS, il teatro già portava avanti le sue battaglie e il PiS più di una volta ha provato a bloccare delle rappresentazioni.
Il teatro è nato nel 1944, è posto esattamente al centro della città, e di rinunciare alle sue opere non ha nessuna intenzione. Ha addirittura un motto per manifestare la sua anima battagliera: “Il teatro che si intromette”. In polacco:
"Teatr, który się wtrąca"
Ah, i polacchi vanno tantissimo a teatro, da sempre.


Non era l’unico saluto, martedì è stata l’ultima seduta anche per Jean-Marie Le Pen, che invece non era commosso. Ha concluso il suo settimo mandato consecutivo definendo l'Unione europea un carcan, un giogo, e dicendo: “Il ricordo che mi porterò da questa casa è un senso di inutilità” e l’Ue lo lascia andare senza rimpianti, le deve circa 320.000 euro, la somma versata in cinque anni da Bruxelles per pagare il suo ex assistente parlamentare fittizio.
I ricordi a volte fanno male, poi noi ci siamo scelte (sciagurate) un sottofondo sbagliato. Però poi si ricostruisce: siamo in piedi, magari azzardiamo anche un salto, uno di questi giorni.
Alla prossima settimana.
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